No Other Choice – La recensione

18 Febbraio 202690/10012 min
Uscita
2025
Regista
Park Chan-wook
Paese
Corea del Sud
Durata
139 min
Voto complessivo
I nostri voti
Regia
Recitazione
Sceneggiatura
Fotografia
Colonna sonora
Semantica
In breve
20 anni dopo la conclusione della trilogia della vendetta, Park Chan-wook torna finalmente con un film in grado di farci rivivere quelle emozioni con tutta la modernità della sua crescita. Va visto, no other choice!

Ogni anno nel mondo vengono prodotte migliaia e migliaia di film, consumando chilometri di pellicola e miliardi di denari (basta con il dollaro centrismo), eppure, nonostante questo immenso baraccone, è molto bassa la percentuale di ciò che riesce ad ergersi da film (abbellirla) a vera forma d’arte. No other choice non solo rientra in questa piccolissima fetta, ma ne è una delle espressioni più fulgide e potenti. 

 

L’ultima creatura del padre di Old Boy è una vera e propria lezione di cinema. 

La regia è pura arte grazie alla cinepresa capace non solo di riprendere ma proprio di raccontare: un semplice siparietto di vita familiare riesce a trasmettere un profondo senso di unità utilizzando il Dolly che, senza tagli, allarga la scena per mostrare l’intera abitazione, seguendo e precedendo il protagonista verso la figlia al piano di sopra, e soprattutto senza mai nascondere le voci degli altri componenti della famiglia, che per questo non escono mai di scena nonostante totalmente fuori dal campo visivo. 

Se questi momenti sono delicati come uno smooth jazz, altri sembrano puro punk: la scena con il vinile a tutto volume è totalmente impensabile. 

È un continuo sali e scendi di ritmo che tiene lo spettatore incollato allo schermo.

 

Insomma, tutto ciò che viene presentato sullo schermo ha un valore estetico straordinario, una goduria visiva in cui, come uno chef stellato con il suo menù degustazione, il regista ti guida nel suo racconto sapendo deliziare, sorprendere e sconvolgere i tuoi sensi.

 

Ma No Other Choice non è un vuoto esercizio stilistico, è un film vero. Una storia intensa e profonda, capace di raccontare in sole due ore la società, il dolore, l’amore, senza mai rinunciare a strappare un’amara risata allo spettatore (leggete il PS mannaggia a Checco Zalone). L’incipit è semplice e certamente già visto: un uomo, la cui vita personale e lavorativa è perfetta, vede il suo mondo crollare pezzo dopo pezzo quando viene licenziato dall’azienda cartaria in cui ha sempre lavorato a causa dei tagli perpetrati dagli Americani che hanno rilevato la società. 

Da qui Park Chan-wook ci racconta una storia di vendetta e lotta sociale, ma non quella bella patinata e romanzata occidentale dove con un grande piano si rovescia una multinazionale e sono ripristinati i diritti di tutti. No other choice offre una visione cruda e purtroppo reale dove la lotta di classe è orizzontale: non si mette mai in dubbio il sistema o il suo comando, ma si cerca di riaffermare la propria individualità in una lotta tra poveri in cui tutto è lecito pur di risultare il leone più forte di tutti, l’unico meritevole di divorare la preda.

La storia è fortemente legata al concetto di lavoro come misura dell’onore personale e alla netta distinzione dei ruoli tra moglie e marito, fortemente radicati in alcune culture asiatiche.

Una società in cui gli uomini sono quasi esclusivamente la posizione lavorativa che ricoprono, al punto che cambiare carriera è paragonabile a tradire la propria identità, anche se si è alla base della piramide aziendale. 

Una società dove una moglie che lavora è simbolo di un marito che non ce l’ha fatta, di un fallito. 

In questa società, “no other choice” è un titolo perfetto per descrivere una condizione ambivalente: da un lato una scelta che, concettualmente, è sempre presente e porterebbe a facili condanne morali per il protagonista. Dall’altro la cruda realtà vissuta da quest’ultimo, l’altra faccia del suo idillio iniziale, per salvare il quale egli è costretto a reinventarsi in modi estremi. Quella realtà, di scelta, gliene lascia ben poca. 

 

Park Chan-wook però non si erge a moralizzatore e, nonostante il contesto in cui è inserito, al centro della narrazione resta l’individuo e le azioni che è disposto a compiere quando spinto ad una lucida follia dalla disperazione. Appaiono evidenti i richiami ai paradigmi tipici della Trilogia della Vendetta che lo hanno consacrato, specialmente con Old Boy, a regista di fama mondiale.

 

Proprio per la loro centralità, i personaggi sono scritti superbamente e riescono non solo ad evolvere ma soprattutto a mostrare aspetti sempre nuovi e diversi che ne aumentano, scena dopo scena, lo spessore e la profondità. 

Un plauso chiaramente va fatto anche agli attori, forse giusto i protagonisti, che sono riusciti a portare in vita la visione del regista con delle interpretazioni estremamente espressive e toccanti.

Nonostante questo film sia decisamente indirizzato anche ad un pubblico occidentale, ho apprezzato molto la scelta di mantenere forte ed evidente la tradizione del cinema coreano sia nei dialoghi che, soprattutto, nella recitazione, con le sue prove attoriali molto fisiche ed eccessive e reazioni sempre visivamente esagerate e scomposte, a differenza di altri prodotti tipo Squid Game in cui si è cercato di limitare il più possibile questo aspetto in nome del marketing globale.

 

Insomma, No other choice è un film d’azione, una commedia, una satira politica, un film romantico, un film drammatico.

E qui riprendo le parole del caro Wes Cracker, perché forse non è solo un film, ma l’intero cinema.

 

P.S. Andare al cinema rientra tra i piaceri migliori nella vita di un essere umano, specialmente quando hai acquistato il biglietto per un film che attendevi fortemente fin dal suo annuncio. Come può quest’uomo non pensare che Robespierre e la sua ghigliottina siano l’unica soluzione efficace per estirpare dal mondo il male di 4 signore infami e maledette che hanno deciso di utilizzare la pensione, che continuiamo a pagargli noi con il sudore della fronte, per venire nella tua stessa sala al posto accanto al tuo per rompere i coglioni a cento persone ridendo e parlando dal primo al centotrentanovesimo fottuto minuto? MALEDUCAZIONE! direste voi, solo cara vecchia maleducazione, e invece qui si era davanti ad un serio caso di alienazione o, almeno spero, ad una forte assunzione di funghi allucinogeni o altre sostanze affini, perchè le codeste infami maledette non ridevano sguaiatamente dei fatti loro, ma era proprio il film fin qui recensito a scaturire siffatta ilarità. Cito, perchè le suddette offrivano anche il commento alle loro risate, alcuni esempi di scene che le hanno fatte sbellicare, così giusto per darvi contezza della situazione:
“Il ragazzo si sta fumando una sigaretta”
“Ma si vede nello specchio”

“Ma adesso non può rispondere al telefono”

“Intervallo”

E giù a ridere.
BORGO PIO!

Autore

Quentin Malandrino

Quentin Malandrino

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