
- Uscita
- 2025
- Regista
- Noah Baumbach
- Paese
- USA
- Durata
- 132'
Voto complessivo
I nostri voti
In breve
Se solo il buon vecchio Santa Claus non fosse impegnato a confezionare regali per i bambini borghesi rigorosamente non poveri di tutto il mondo, la mia lettera per lui comincerebbe più o meno così:
Caro Babbo Natale,
vorrei tanto che per l’anno che verrà tu possa revocare a Netflix la licenza di produrre film che servano soltanto ad occupare inutilmente le short lists della notte degli Oscar, sperando che qualche vecchio trombone della commissione scriva il nome sbagliato e voti uno dei titoli della piattaforma.
Dal momento che ha di meglio da fare che leggere le mie lettere, cercherò di esporre le mie ragioni sinteticamente, senza incisi fra parentesi, e con proposizioni brevi e chiare in modo tale da ottimizzare questo mio scritto per il SEO di Google.
Tutto nasce dalla sottovalutata presa visione da parte del sottoscritto di Jay Kelly, ultima “fatica” di Noah Baumbach.
La pellicola porta il nome del suo protagonista, perchè “mediocre esecuzione della più classica ricetta che sul sito Fatto in casa da Benedetta chiunque può trovare al link Pellicola da Oscar in salsa agrodolce, senza personalità, senza lattosio, pronta in 20 minuti in friggitrice ad aria” sarebbe stato obiettivamente troppo lungo.
Interpretato da George Clooney, Jay Kelly è un attore veterano di Hollywood, con 35 anni di carriera e successi cinematografici alle spalle; ha una figlia ormai grande con la quale non parla un granchè, ed una più giovane che lo stima ma sogna per sé stessa un’estate pre-college zaino in spalla con gli amici alla volta dell’Europa e lontana dal padre.
A guardare le spalle del divo hollywoodiano ci pensano Laura Dern e Adam Sandler, chiamati ad interpretare i suoi assistenti storici e fidati, disposti forse per l’ultima volta a mollare le famiglie ed accompagnarlo a Parigi e successivamente a Pienza per presenziare ad una serata tributo in suo onore. That’s it.
Già sento i brusii in sottofondo: “ Eh ma non serve necessariamente un gran soggetto per produrre un gran film”.
È vero, ma non è questo il caso.
Attraverso la commistione di realtà e reminiscenze, immagini vivide di ricordi rievocati, lo scopo era restituire allo spettatore una panoramica sulla crisi identitaria di una star del cinema che, sull’orlo della sessantina, è chiamata dalla vita a tirare qualche somma, a fare i conti con ciò che di fatto ha costruito.
Salvo poi rendersi conto che quello che resta del proprio passato, o meglio, della propria esistenza, è l’addizione delle tante vite che ha interpretato sui set, come un angosciante pendolo che oscilla fra la fortuna di essersi potuto reinventare ogni volta, ed il vuoto di chi non ha mai trovato se stesso, o meglio, il proprio posto.
Questo era lo scopo, appunto. Il risultato per gli spettatori americani è un prodotto a malapena mediocre; per quelli italiani una sequela di imprecazioni.
Per l’ennesima volta la rappresentazione dell’Italia da parte del cinema americano merita un esposto alla procura.
Ogni comparsa sembra vestita con lo stile della peggiore delle puntate della serie Romanzo Criminale. Un improbabile vecchietto toscano non di cognome Pacciani offre a Jay Kelly un premio artigianale confezionato dalle proprie sapienti mani… soffiando il vetro; non ricordavo che Murano fosse in provincia di Firenze.
Non finisce qua: nonostante l’ambientazione non si sposti dalla Toscana, la maggior parte degli abitanti parla con accento partenopeo; fra questi rientra l’autista del taxi su cui sale Adam Sandler, che non è una Toyota Corolla bianca full-hybrid targata HA, ma una Fiat Tipo giallo limone di inizi anni ‘90 targata Siena pre-riforma del 1994. Doveva ancora nascere il sottoscritto quando i taxi cambiarono colore da giallo a bianco, giusto per rendere l’idea.
Sorvolo su altri dettagli minori ma non per questo meno agghiaccianti: non si nomina l’Italia invano, VICHINGHI.
La pellicola si chiude con una scena manieristica che con un ultimo colpo di reni cerca di ingraziarsi definitivamente lo spettatore, rievocando tutto il romanticismo e la poesia che il cinema in quanto tale rappresenta. Per chi lo fa, però, non per chi lo ama da spettatore.
Credo che il cinema non sia questo per noi, anzi, tutt’altro. Ma questa è un’altra storia.
Qualcuno pensi a noi, qualcuno salvi l’Academy da queste invasioni barbariche. Qualcuno chiami Daria Bignardi.




