Odissea – La recensione

29 Luglio 202687/10016 min
Uscita
2026
Regista
Christopher Nolan
Paese
USA, Regno Unito
Durata
172 min
Voto complessivo
I nostri voti
Regia
Recitazione
Sceneggiatura
Fotografia
Colonna sonora
Semantica
In breve
Concedeteci un po’ di romanticismo. Un film di Nolan non è mai banale. Tantomeno per questa redazione, che proprio dopo un suo film ha partorito l’idea di mettersi in ridicolo con questo blog, che deve al regista londinese sia il nome che il logo.

Concedeteci un po’ di romanticismo.

Un film di Nolan non è mai banale. Tantomeno per questa redazione, che proprio dopo un suo film ha partorito l’idea di mettersi in ridicolo con questo blog, che deve al regista londinese sia il nome che il logo.

E quindi eccoci qui, di nuovo insieme, di nuovo a goderci l’attesa, di nuovo a scervellarci per capire come diavolo vedere questo film: sala normale, sala IMAX, riproduzione da pellicola, riproduzione digitale. Con una novità: stavolta, caro Chris, dovrai leggere anche la nostra recensione. 

Come suggerisce l’arguto Wes Cracker dopo aver condotto ricerche online, le strade di Nolan e dei poemi omerici tornano a incrociarsi dopo che nel 2004 era stato cercato per dirigere “Troy”. Per fortuna gli eventi lo portarono a occuparsi di “Batman Begins” e, visto che siamo in argomento e che viviamo in un “mondo crepuscolare”, la redazione intende aprire questa recensione con una preghiera di ringraziamento all’Olimpo per come sono andate le cose. Abbiamo subito Troy, abbiamo attraversato venti turbolenti anni, noi italiani abbiamo persino sacrificato tre edizioni del mondiale di calcio ma, alla fine, ci siamo meritati questa Odissea.

Premessa necessaria: di entrare nel dibattito su quanto il film sia attinente al poema ci importa meno di zero, scriveremo solo del primo. Se vi eravate anche comprati il libro nell’edizione Lorenzo Valla per essere preparati e ora vi sentite insultati come i fan di LOTR per l’assenza del personaggio di Tom Bombadil, ci dispiace informarvi che per la filologia classica c’è l’università.

Quella vecchia volpe di Nolan stavolta non ha bisogno di rendere un film epico, né di spezzare la narrazione con flashback, flashforward o viaggi nel tempo: si è scelto un soggetto basato su un viaggio di 10 anni, in cui le peripezie e le sottotrame sono all’ordine del giorno e che incarna l’epica per antonomasia. Il risultato è diverso da tutta la filmografia del regista finora e di certo non delude. 

Partiamo dal casting: Nolan ha assunto tutti gli attori disponibili sulla piazza, inclusi alcuni dimenticati da Dio, o che hanno ancora l’equivalente del foglio rosa da attori, e ha fatto lavorare all’incirca l’equivalente in figuranti (non si chiamano più “comparse”, aggiornatevi!) della popolazione di Bassano del Grappa (42.203 all’ultimo computo). La scelta di tutti i ruoli chiave ha pagato ampiamente. Matt Damon sa essere un Odisseo ambiguo, ambizioso, stanco e soprattutto astuto, un eroe che dimostra la sua vera forza attraverso l’arma antica forse meno fisica di tutte: l’arco. Anne Hathaway, quell’unica volta che la vedi in piedi e che sale in cattedra come una vera regina, spacca lo schermo per quanto è carismatica e Tom Holland è un buon Telemaco, giovine, impulsivo ed inesperto, che cresce nel corso del film, come si conviene. E soprattutto Robert Pattinson: va in parte anche a Nolan il merito del suo salto da teen crush ad attore che ci regala un Antinoo così intenso da farcelo odiare come quando “recitava” in Twilight. La ciliegina sulla torta? Scegliere un rapper, Travis Scott, per interpretare il rapsodo che narra le gesta di Odisseo durante i banchetti dei Proci.

Ci fermiamo qui, servirebbe una recensione a parte già solo per la lista dei nomi, figuriamoci per parlarne.

Alla colonna sonora diamo un voto basso, nel senso che si sentono principalmente potentissime note basse per tre ore di film. Scherziamo, ci sono anche rulli di tamburi che accelerano quando la tensione deve salire e voci femminili che fanno quattro note in croce quando serve solennità. Un tratto pregevole, in compenso, è rappresentato da singoli suoni degli oggetti, che hanno una qualità evocativa ben più forte. Un mezzo punto in più, però, va obbligatoriamente assegnato per premiare la follia di Göransonn che decide di costruire personalmente una lira classica alla ricerca del suono più realistico storicamente. D’altronde non si lavora con un pazzo senza esserlo altrettanto.

La trama è di pubblico dominio. Ciò significa che ce ne sbattiamo di descriverla e, se avete bisogno di un approfondimento, vi minacciamo cortesemente di leggervi il poema.

Ci preme piuttosto dare una prospettiva su come Nolan abbia trasposto l’epica omerica al 2026. Quello che colpisce di più nella ricezione e visione del regista britannico è, secondo noi, l’aver colto come quel linguaggio e quei canti non fossero solo un testo, ma uno scrigno che conteneva il tesoro di un’intera civiltà (quella del ferro? Quella del bronzo? Lasciamo ai fan di LOTR di cui sopra) un intero sistema di valori che, quando sono stati condensati in questa forma, scricchiolavano già molto. Le ostilità e le brutalità della guerra di Troia, le offese e forzature continue dei pretendenti alla legge di Zeus dell’ospitalità, la minaccia dei popoli del mare che incombe sulla civiltà greca e le sventure del protagonista sono tutte facce della stessa medaglia, che coinvolge chiunque indiscriminatamente, soprattutto Odisseo.

Diciamo: tutte queste cose così lontane nel tempo e vive solo in un poema, composto da un autore probabilmente mai esistito, non vi sembrano alquanto familiari mentre le vedete scorrere sullo schermo (a prescindere dal formato)?

L’Odisseo di Matt Damon “risolve” una questione mai chiarita dagli antichisti in un modo tutto nolaniano, che non vi spoileriamo, ma che senza dubbio mette in risalto due cose.

La prima è l’ambiguità di un eroe, che vive nella leggenda attraverso i canti, ma che, alla resa dei conti con sé stesso, si sente tutt’altro che un eroe per tutto ciò che si è lasciato indietro. In questo, il parallelismo con Oppenheimer è inevitabile, con la differenza che lì il protagonista partiva già da una posizione altalenante, mentre in Odisseo questa si vede costruita, lenta e costante, nelle tre ore di svolgimento, complice anche il fatto che la storia di partenza è fittizia e lascia spazio alla visione del regista. La seconda cosa, collegata alla prima, è che in guerra tutte le parti hanno sempre da perdere e spesso ciò che sacrificano per la vittoria è più prezioso di ciò che guadagnano.

Ecco allora che l’epica diventa, grazie a Nolan, di nuovo un linguaggio per parlare al mondo, il cinema un nuovo teatro tragico che invita una civiltà a riflettere su dove sta andando, su ciò che ha perso e ciò che potrebbe perdere. Non solo: assurge a pretesto per ribadire con forza quel che Nolan ha sempre raccontato nel suo cinema, vale a dire che non esistono “gli altri”, non c’è alcuna civiltà aliena, alcuna divinità a cui demandare l’onere e l’onore di compiere il destino che spetta a tutti noi. Siamo gli unici responsabili delle nostre azioni.

Così, Atena altro non è che la coscienza di Odisseo, che lo guida in un percorso di catarsi e consapevolezza, alla quale l’eroe inconsciamente dà il volto della giovane sacrificata davanti ai suoi occhi durante l’assedio di Troia; i popoli del mare, misteriosi e distruttori, autori del crollo della civiltà micenea, non sono altro che i protagonisti stessi dei nóstoi, ovvero tutti gli eroi greci di ritorno dalla guerra di Troia, Odisseo e compagni compresi, che ne sentono parlare come fossero qualcosa di ignoto e alieno, senza alcuna consapevolezza, raggiunta forse sul finale solo dal protagonista.

La storia di Odisseo diventa il racconto a cui Nolan ha allenato da sempre i propri spettatori; c’è un filo rosso che lega la filmografia del regista visionario a quest’ultima opera, senza necessariamente snaturare il capolavoro letterario millenario che ripropone. L’Odisseo interpretato da Matt Damon è infatti un maestro dell’ingegno disposto ad ogni sacrificio per raggiungere un apparente bene superiore (The Prestige), salvo poi solo a posteriori realizzare il prezzo che è stato costretto a pagare; è obbligato a combattere contro il tempo e la propria memoria (Memento e Insomnia), intrappolato dagli effetti psicotropi del loto di Calipso, cercando di discernere le proprie fantasie da reali reminiscenze (Inception); riconosce il valore dei propri compagni, in una rappresentazione che restituisce bene l’idea di amicizia tipica del mondo greco, e sfida gli dèi anche per provare a cambiare il destino che li attende (Tenet); è a più riprese il ritratto di un antieroe moderno dai costumi achei (il Cavaliere Oscuro) ed è autore e allo stesso tempo testimone degli orrori della guerra e delle storie meno note ma altrettanto eroiche che la caratterizzano (Dunkirk).

Un piccolo appello conclusivo si può aggiungere sul feticcio di Nolan per il girare senza CGI: ecco, Chris, le tue innovazioni tecniche nella regia su pellicola stanno facendo il giro del mondo e ti stanno rendendo l’idolo delle folle radical chic (noi siamo tra queste, ovviamente). Ci sono degli sporadici momenti (qualcuno ha detto Scilla?) in cui, pur da tuoi fan, apprezzeremmo se dimostrassi un po’ di apertura anche a quella frangia che tanto disprezzi, a cui siamo sicuri che potresti dare un tuo contributo.

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La Redazione

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