
- Uscita
- 2025
- Regista
- Josh Safdie
- Paese
- USA
- Durata
- 149 min
Voto complessivo
I nostri voti
In breve
Comincio questa recensione con la vena ancora chiusa, poi giuro che mi calmo.
Vi racconto le molte sottotrame di questo film:
Quella di una ragazza messa incinta, abbandonata, picchiata dal marito per il tradimento, coinvolta in crimini e poi abbandonata di nuovo, più volte.
Quella di un tassista con moglie e figli a carico, raggirato, preso a pugni, il cui taxi viene distrutto.
Quella di un uomo con un cane malato, che gli viene rubato e poi rivenduto per soldi, e non è neanche il suo. Ah sì, c’è di mezzo anche una vasca da bagno, ma non voglio anticiparvi troppo.
Quella di un’attrice di teatro in declino, sedotta per soldi e poi lasciata a piangere quando i soldi non ci sono più.
Quella di un talentuoso ragazzo che sognava di fare arte e a cui la vita dà una chance e uno stronzo qualsiasi la toglie. Se vi dicessi che il responsabile di tutte le malefatte appena elencate è solo uno, e che il film ruota attorno alle sue vicende? Quell’ infame si chiama Timothée Chal…VOLEVO DIRE Marty Mauser, figura ispirata al poliedrico atleta statunitense Marty Reisman.
L’impressione è che il regista Josh Safdie voglia fare leva sulla nostra tendenza a giudicare e spingerci a praticare la mancanza di empatia. Obbiettivamente, in questo protagonista non c’è niente, ma veramente niente da salvare. I traguardi che ottiene non ci appaiono come indici di una storia di successo, ma quasi come sfizi, che arrivano dopo talmente tanti colpi bassi e raggiri da farti fare un applauso ironico e dire “complimenti. Adesso vai in carcere e muori da solo però, vero?”. D’altro canto, se il senso del film voleva essere quello di rappresentarci la controversia di un self-made man che in qualche modo ce l’ha fatta, lo possiamo considerare un fallimento: prendiamo atto che la storia è scritta dai vincitori, da chi mette i soldi per la carta e penna necessarie a scriverla, che uno così comunque nella vita se la cava perché attira l’attenzione di quelli coi soldi e perché ha la faccia tosta. Ciò detto, Marty Mauser non lo considererei certo un esempio da seguire, e della redenzione finale non so bene cosa farmene.
Il fatto è che il personaggio non è intrinsecamente cattivo, e questo Chalamet lo rende davvero bene: strumentalizzare le persone non è un piacere per lui, ma solo un mezzo per un fine che ha sempre ben chiaro, e che passa per un tavolo di metallo, una pallina di plastica -bianca o arancione che sia- e due racchette di legno.
Non gli dispiace, non se ne pente: ha dato la sua vita al ping pong.
Allora cosa ci rimane? Non un capolavoro, ma un film ben fatto, con una sceneggiatura solida e un protagonista preminente. Se nessuno degli attori -incluso Chalamet- ci regala una performance indimenticabile, non si può neanche dire che non siano convincenti. Agli Oscar se la gioca per la statuetta come miglior film? Ho i miei dubbi, ma senz’altro è capace di suscitare emozioni e riflessioni.
La sfida più grande, con Marty Supreme, è non abbandonarsi al tifo o alle sole reazioni a caldo, perché odiare il protagonista è facilissimo. Invece provate ad ascoltare le sue parole, quando dice che crescere senza alcun supporto economico (o psicologico) lo ha portato a cavarsela in QUALUNQUE modo possibile, e avere talento, intelletto e un carisma da vendere non sono comunque bastati a spianargli una strada che passa, sempre, per un capitale difficile da trovare attorno al tennis tavolo.
Fatto questo, provate a fare lo stesso esercizio di immedesimazione con Timothée Chalamet per l’uscita infelice che ha avuto sui teatri d’opera (andatela a recuperare, se ve la siete persa), e poi valutate voi con chi è più difficile empatizzare.




