
- Uscita
- 2025
- Regista
- Richard Linklater
- Paese
- USA
- Durata
- 100 min
Voto complessivo
I nostri voti
In breve
“Se fossi stato in quel bar con Ethan Hawke, o con Lorenz Hart, o me ne sarei andato o avrei menato le mani a un certo punto.”
Questa sarebbe stata la mia recensione se l’avessi scritta a freddo e senza pensare alle mie parole. Siccome, però, le parole di uno scrittore di Broadway sono il cuore e l’anima di questo film, per vostra fortuna, a questa recensione ci ho pensato un po’.
Ad un livello superficiale, il film racconta una notte nella vita di Lorenz “Larry” Hart (Ethan Hawke), uno dei parolieri che hanno contribuito a dare sostanza al repertorio ancora attuale di Broadway. Si tratta della notte dopo la prima di “Oklahoma!, punto esclamativo”, scritto dal compositore Richard “Dick” Rogers (Andrew Scott), per la prima volta con un nuovo paroliere, Oscar Hammerstein II, dopo 16 anni di partnership col protagonista. Il nuovo musical è un successo a 360° e quest’ultimo non la prende proprio benissimo.
Le crepe che si aprono fin da subito lasciano spazio alla stratificazione semantica del film, che vale la pena snocciolare.
Primo su tutti, l’alcolismo inarrestabile di Hart: basterebbero già solo gli sguardi titubanti dei comprimari (incluso il barista che gli serve da bere) a capire come la lotta del protagonista sia persa in partenza. Per parte sua, Hart trova una scusa buona per bere, per farlo e rifarlo nell’arco di tutto il film, una roba alla Zeno Cosini, ma molto meno intima e molto più plateale. È una rappresentazione fedele del tema dell’alcolismo? Parzialmente, ma questo non è neanche IL tema della pellicola, bensì un modo per presentarci un particolare aspetto del paroliere: la sua capacità, quasi compulsiva, di romanzare la realtà in ogni modo possibile. Con ciò intendo ingigantire (quando si tratta dei suoi successi) o minimizzare (quando invece dei suoi fallimenti), ma sempre attraverso un uso delle parole da vero esperto, con (auto)citazioni a profusione, giochi di parole alquanto politicamente scorretti ed aforismi lanciati come frecce che non colpiscono mai davvero il bersaglio. Infatti una delle più intense dinamiche del film sta proprio nel vedere questo torrente incessante di parole non sfociare mai in alcun mare. Anzi, se mai lo vediamo estinguersi, arrestarsi stancamente su diverse barriere naturali: siano esse rappresentate da uno scrittore (l’easter Egg di Stuart Little è una chicca) che lo supera in arguzia con una battuta, un bambino che lo ridimensiona come autore, o la giovane futura diva (Margaret Qualley) che, dopo le più profonde conversazioni e dichiarazioni di lui, rispettosamente lo rifiuta – o, per i più malpensanti, lo sfrutta per avere un ruolo nella cricca degli autori del momento. Il risultato non cambia molto per Hart, la cui sessualità è frustrata ed ambigua quanto il suo talento. Tutti questi elementi sembrano essere incompatibili tra loro, eppure vi assicuro che talento ed alcolismo, successo e fallimento, frustrazione sessuale ed amore platonico, il proverbiale pelo ed il carro di buoi, creano proprio le alchimie e tensioni che fanno funzionare il film.
Quindi di cosa parla davvero quest’opera? Più di tutto, secondo chi vi scrive, di qualcosa di profondo che possiamo chiamare ambiguità, conflitto interiore, demoni.
Il tutto è veicolato attraverso la logorrea soverchiante del protagonista.
Scusate il papiro filosofico, ora torno telegrafico:
Recitazione buona da parte di tutti, ma azzarderei un “senza effetti speciali”. Tempi narrativi azzeccatissimi, con i personaggi che si alternano, uno alla volta come comprimari di Hart e ce ne fanno conoscere le sfaccettature.
Visto che parliamo di Broadway, viene da chiederci: e la musica? Sinceramente, le parole in questo film sono più rilevanti delle note -non a caso, il compositore era Dick Rogers-, e va bene così. Lo dice lo stesso protagonista, mutatis mutandis, che di dare il titolo Blue Moon allo standard jazz che risuona tuttora nelle nostre orecchie “manco j’annava”.
In conclusione, ve lo consiglio. Pur non essendo un fanatico di quelle situazioni alla The Office, con il disastro sempre dietro l’angolo e i castelli di sabbia di un mitomane pronti a cadere, c’è qualcosa di affascinante in Blue Moon, in cui possiamo riconoscerci, ma che ci serve anche per guardarci dentro un po’ dalla distanza e chiederci “forse alla fine i musical non sono così male, se dietro c’è tutta questa storia?”. La mia risposta è no, ma magari voi ne troverete una diversa.




