
- Uscita
- 2025
- Regista
- Ryan Coogler
- Paese
- USA
- Durata
- 137’
Voto complessivo
I nostri voti
In breve
Scrivere questa recensione è difficile per due motivi.
Il primo è che si può fare bene, oppure si può fare senza spoiler. Siccome morirò piuttosto che rovinarvi la visione, vi beccate quello che riesco a raccontarvi.
Il secondo è morale e personale, e ci arriveremo, ma andiamo con ordine.
Il giovane chierichetto Sammy si spacca il culo tutta la settimana in piantagione. Esce UN GIORNO coi cugini gemelli Smoke e Stack -che chiameremo Michael A. Jordan e Michael B. Jordan per distinguerli- UN SOLO GIORNO e il teenager torna distrutto da papà predicatore -quasi letteralmente.
Il film racconta la lenta degenerazione di questa giornata. I gemelli A e B Jordan -tornati da Chicago in Mississippi dopo essersi arricchiti in modo tanto sospetto quanto un tedesco dopo la notte dei cristalli del 1938- comprano una segheria da un viscido bianco e la trasformano in juke joint per serate blues per serate blues per gli afro-statunitensi del circondario. Per usare un eufemismo, la serata d’apertura non va come speravano.
Infatti arrivano dei visi pallidi, guarda un po’, a rovinare loro la festa.
Questi vogliono il talento musicale del ragazzo perché, come spiegato a inizio film, la musica crea ponti mistici tra ciò che è razionale e ciò che non lo è. A contrapporsi ai coloni, una squadra composta dal trio (A e B Jordan + Sammy), le rispettive compagne, il classico vecchio bluesman saggio e una signora cinese decisamente sottopagata per come si mette la serata (satira brillante o semplice stereotipo? A voi il giudizio).
Ryan Coogler realizza un altro film in cui si percepisce (almeno attraverso i miei occhi di bianco europeo), un vero spaccato di vita e cultura della comunità afro-statunitense, molto curato e attento ai dettagli, con persino qualche sprazzo di lingua creola, tipica delle zone del Mississippi. Si sente solo il retrogusto di Hollywood e della contemporaneità, anche grazie alle prove magistrali di tutti gli attori, ma soprattutto grazie alla musica. Le scene estatiche evocate dalla musica sono di un’intensità elevatissima, una goduria vera. Se volevi fare un film sulla potenza quasi ultraterrena della musica, questo era il modo giusto di rappresentarla visivamente.
Questa è la prima ora circa di film.
Poi comincia un altro film. Cioè tu sei lì, ben piantato (pessima scelta di parole) nel Mississippi rurale degli anni Trenta, nel bel mezzo di questi conflitti sociali con il blues che promana da ogni parte e, senza neanche un piccolo preavviso, capisci che questo film è proprio su un’altra cosa.
Se fosse una VHS, penseresti che qualcuno ci abbia registrato sopra qualcos’altro.
E quindi questo film che cos’è veramente? Ricordatevi del mio impegno spoiler-free e quindi accontentatevi di una citazione tratta dai Simpson’s che questa redazione adora a tal punto da abusarne: “Il mio Homer non è comunista. Sarà pure un bugiardo, un maiale, un idiota, un comunista, ma vi assicuro che non è una pornostar!”.
In sintesi: vedetevelo. Quello che posso dirvi è che il “secondo” film è di un altro genere, con un altro tema di fondo, trattato in modo meno evocativo e ben più letterale. Lo showdown finale ne è la logica conclusione e, questo sì, sa veramente di Hollywood.
E intanto il filo della libertà e non tanto velata oppressione dei neri continua a dipanarsi. Poteva essere una svolta memorabile, ma la realtà è che a chi vi scrive non è piaciuta.
La prima strada, quella di fare un film sulla musica come rito e come portale tra mondi e piani diversi, era chiara, coerente e ben sviluppata. Ciò che esce da questi mondi, e ciò che succede dal tramonto all’alba, sembra più togliere che aggiungere qualcosa al film.
Dicevo all’inizio che c’era una seconda ragione per cui scrivere questa recensione si è rivelata un’impresa. Ebbene, pur perdendosi abbastanza facilmente nella seconda parte, la semantica mantiene un’ossatura solida in tutto il film: il vero nocciolo riguarda il dubbio di Sammy sul coltivare o meno il suo dono, pure se è inviso a Dio, pericoloso e lo lascerà presumibilmente povero come la merda (lo scrivo ricacciando a stento le lacrime).
In sostanza, in quello come in questo mondo, a cosa dobbiamo rinunciare per seguire le nostre passioni, e a cosa siamo pronti a rinunciare?
Il film pone una domanda di spessore, che rimane valida. Il vero problema, purtroppo, è che non sa dare una risposta altrettanto valida.
La candidatura al golden globe è comprensibile, ma abbiamo qualche remora a condividerla. In compenso, l’idea del film costruito a mo’ di Ringo (nero del Mississippi da un lato, bianco Hollywoodiano dall’altro) potrebbe riscuotere successo in qualche bella catena di cinema da centro commerciale. Un biglietto, doppio spettacolo: metà accalappia radical chic, l’altra metà il resto della popolazione.




