
- Uscita
- 2025
- Regista
- Steven Soderbergh
- Paese
- USA
- Durata
- 85 min
Voto complessivo
I nostri voti
In breve
Nel mondo esistono due tipi di persone: quelli che si concentrano tutta la vita a perfezionare una singola arte, come il maestro Jiro Ono talmente ossessionato dal taglio perfetto che ha dedicato la sua esistenza al sushi, e poi ci sono i Jared Leto di turno, quei maledetti eclettici, che si cimentano in tutto quello che passa per la loro mente malata e sono sempre, costantemente, ineluttabilmente grandiosi.
Soderbergh è indiscutibilmente uno di loro, un regista totalmente fuori dagli schemi, impossibile da inquadrare in uno o due generi di riferimento ma in grado di spaziare dalla commedia, al thriller, al poliziesco, al biopic, agli spogliarellisti ed infine anche all’horror e sempre con risultati eccezionali.
Per onor di cronaca bisogna dire che Presence è il secondo film dell’orrore della sua vastissima filmografia, ma è comunque incredibile come, con così poca esperienza in questo particolare taglio di sashimi, sia riuscito nell’impresa di portare una ventata di aria fresca e idee innovative in un genere che troppo spesso sembra esserne totalmente privo.
Presence è un film che inizia nel più classico dei modi, una famiglia acquista una casa enorme e stupenda senza fare troppe domande e ci si trasferisce seduta stante. Dire già visto sarebbe un eufemismo se non fosse che fin dalla prima scena si nota subito qualcosa di strano, infatti viene tutto ripreso come se qualcuno stesse effettivamente osservando ciò che accade e stesse girando la scena dal suo punto di vista. La totale indifferenza degli altri personaggi, unita al titolo del film che risulta decisamente esplicativo, fa capire immediatamente allo spettatore che la presenza di cui si parla è effettivamente lui.
In questi panni ci troviamo ad osservare la vita complicata di questa famiglia, come lo è quella di ognuno di noi: una madre forte ma allo stesso tempo assorbita dal lavoro e soprattutto dedita principalmente al figlio e ai suoi risultati scolastici e sportivi. A fare da contraltare troviamo una figlia, Chloe, alle prese con la gestione del trauma per la perdita di una sua amica, problematica continuamente sminuita dalla madre ma fonte di costante preoccupazione per il padre, che risulta particolarmente attento e premuroso nella cura di sua figlia.
Con il procedere del film e il passare del tempo gli abitanti della casa inizieranno a notare la presenza poiché questa cercherà di interagire con loro, soprattutto con Chloe che sembra sempre sola e arrabbiata a causa del proprio dolore.
Le azioni del nostro poltergeist diventeranno man mano più intense con l’entrata in scena di Ryan, un compagno di scuola del figlio, e con l’evolversi della relazione tra quest’ultimo e Chloe, la quale giorno dopo giorno sembra sempre più vitale proprio grazie al loro rapporto.
Da qui è un susseguirsi di eventi che starà a voi scoprire fino al culmine di un finale forse un po’ troppo sbrigativo, ma girato divinamente e che risulta una goduria per gli occhi e le orecchie.
Il principio fondamentale da conoscere è che la Presenza osserva sempre tutto, segue i personaggi che vuole e soprattutto non c’è cosa che noi sappiamo che non sappia anche lei, perché noi siamo lei.
Il continuare a parlare del poltergeist come un personaggio vero e proprio non è solo legato alla sua interazione con la casa ed i suoi abitanti, ma è soprattutto perché l’inquadratura recita. Mi rendo conto che in questo momento possa sembrare pazzo e vorrei veramente tanto possedere la spavalderia di Mauro Zingarelli e darvi una bella spiegazione di cinetecnica su “Come hanno fatto a farti emozionare con una telecamera?”.
Ma io non sono lui e mi limito a dire: “La magia del cinema”.
Spiegare l’effetto a parole è estremamente difficile ma, visto che non mi pagano per farlo, ci proverò. Dato che la presenza è “dietro” la telecamera, noi ovviamente non possiamo conoscere in nessun modo i suoi pensieri o i suoi sentimenti, se non per quelle rare interazioni con l’ambiente circostante. Non possiamo basarci né sulle parole né sulle espressioni, eppure il nostro inconscio sembra riuscire a captare sempre perfettamente gli stati d’animo, le emozioni e le intenzioni della Presenza. Ancor prima di vedere i suoi comportamenti siamo in grado di percepire la sua bontà o malvagità.
È come se il poltergeist si esprimesse con i mezzi del cinema stesso: la velocità o la fermezza della cinepresa come espressione del suo stato d’animo e dei suoi movimenti o la colonna sonora, compresa di tutti i suoi silenzi, che ci permette di osservare con le orecchie il volto della Presenza e la sua mimica. Forse è proprio per il ruolo che svolge che la soundtrack risulta effettivamente corta anche se scritta magistralmente ed inserita perfettamente nel film con la sua delicatezza, come un sottofondo di cui non ci rendiamo quasi conto ma che ci sta raccontando molto.
Anche per questo mi sento di dire che questo film horror è estremamente romantico.
Nonostante l’oscar al miglior attore in questa pellicola sia tutto del poltergeist e l’unica attrice di un certo calibro (quantomeno per fama) sia Lucy Liu, tutto il cast offre una prova convincente, anche se non si può considerare di certo il punto di forza di questo film.
Insomma, Presence è una perla di 85 minuti, un piccolo gioiello che potrà non risaltare nella vetrina al fugace sguardo di un passante, ma che farà innamorare chiunque si fermi ad ammirare la sua bellezza.
PS: Avete letto bene, 85 minuti. Forse non è detto che in così poco tempo si possa fare solo film di merda
PPS: Io non sono un nazista della lingua originale, ma fatevi un favore, non vedetelo col doppiaggio in italiano. Sembra un misto di DMAX e cagna maledetta di Boris.




