Una battaglia dopo l’altra

30 Novembre 202586/10011 min
Uscita
2025
Regista
Paul Thomas Anderson
Paese
USA
Durata
162'
Voto complessivo
I nostri voti
Regia
Recitazione
Sceneggiatura
Fotografia
Colonna sonora
Semantica
In breve
L’ultima fatica di Paul Thomas Anderson è un vortice che ti trascina in degli Stati Uniti talmente di nicchia da risultare quasi una realtà distopica (diciamo quasi perché basta vedere le news di questo 2025 per non credere alla distopia). Eppure, questa realtà è un vulcano sopito ma mai spento, e di vederla al cinema avevamo un dannato bisogno.

Il collettivo rivoluzionario di estrema sinistra French 75 compie azioni eversive da qualche parte in California.

Sulle tracce dei rivoluzionari, guidati dalla donna afro-alfa-americana Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), c’è il caro vecchio Sean Penn, che dal confine ucraino finisce a pattugliare quello tra USA e Messico nei panni del colonnello suprematista Steven J. Lockjaw.

Quest’ultimo sviluppa una vera e propria ossessione per il gruppo, oppure solo per la sua avvenente capa che però non passerebbe il test del colore del poliziotto dei Griffin. E questo per la carriera di un militare suprematista bianco potrebbe essere un problema.

L’attrazione fatale non viene però smorzata neppure dal fatto che il cuore di lei appartenga già a un altro, il dinamitardo Di Caprio/Rocketman, caucasico-beta-maschio devoto in un primo tempo alla causa del French 75 e poi a Perfidia. Il film è inequivocabile sin dall’inizio: Perfidia è la miccia e l’esplosione che sconvolgerà le vite di tutti i personaggi, inclusa la figlia Willa che, sedici anni dopo, Rocketman dovrà proteggere dalle conseguenze delle azioni della madre. 

Questa redazione si trova costretta a chiedere perdono e a prendere le distanze da sé stessa per l’ignobile gesto di cui si è macchiata: è inammissibile aver scritto quasi 200 parole senza mai nominare il sensei Benicio Del Toro. Condividiamo però le nostre colpe con il regista e il suo manager, che Dio (aka Benicio) li maledica tutti, che in questa pellicola gli hanno affidato un ruolo da comprimario.

Ma il Signore è misericordioso e decide, nonostante l’esiguo minutaggio, di regalarci una delle sue migliori performance degli ultimi anni tanto che “da mio fratello diventa mio padre”, per dirla con le parole di Malandrino.

Purtroppo non saremmo professionali se ci limitassimo solo a lui.

Difatti, per Benicio e per gli altri due pesi massimi dovrebbero inventare una categoria a parte agli Oscar per il linguaggio del corpo, e saremmo comunque indecisi a chi dare il premio tra un cenno di danza del ventre del sensei, la camminata militare di Lockjaw e la gestualità bipolare di Rocketman.

Gli attori giganteggiano, lo avrete capito, ma non si tratta del solito film carino che si erge a qualcosa di più grazie alla prova dei suoi interpreti. Qui ci sono scelte tecniche e artistiche azzeccate, almeno per quello che possiamo capirne noi mentecatti, e vorremmo esporne alcune anche senza il vostro consenso.

Il ritmo impresso alla pellicola è incalzante: benché vi siano anche lunghi piani sequenza, il film non rallenta mai, che si tratti di complessi inseguimenti o di un fugace dialogo padre-figlia. Nondimeno, la “battitura” non è mai eccessiva, anzi rispecchia sempre bene la concitazione dei personaggi sulla scena, Rocketman su tutti.

Alcuni grandi “critici” cinematografici, firme di “prestigiosi” giornaletti, potrebbero aver definito la sceneggiatura una parodia eccessiva e poco realistica, soprattutto con riferimento alla foga nelle azioni della polizia. Fortunatamente noi non siamo né critici né grandi.

In ogni caso, va detto che questo bel flusso tambureggiante e divertente è favorito anche dal fatto che il buon Anderson ha preso in prestito la tecnica dei migliori fratelli Cohen. Un omaggio straordinario, questo, impreziosito ulteriormente dal personaggio di Rocketman che talvolta appare un piccolo Drugo Lebowski.

Un’altra cosa che abbiamo molto apprezzato del film è il suo essere trasversalmente satirico e caricaturale, riuscendo comunque a prendere una posizione netta. 

Ci spieghiamo meglio: la trama vede fronteggiarsi due fazioni: l’establishment e i suoi oppositori. Cattivi contro buoni, fin troppo facile.

In realtà, sebbene in quest’opera i “cattivi” siano il potere -politici, apparati statali e società segrete zeppe di (indovinate un po’?) uomini ricchi, bianchi e razzisti con il potere dalla loro parte- i “buoni” della resistenza, con la loro obbedienza cieca “al testo rivoluzionario” e tutte le umane debolezze, ne escono vulnerabili quasi quanto i primi.

Il regista sembra dirci che la difesa dall’aggressione del(l’abuso di) potere nei confronti dei diritti e dei valori costituzionali e umanitari non stia tanto nei gesti eversivi quanto nel mutuo soccorso che quella rete di rivoluzionari sa fornire.

Non è un caso che il cuore pulsante di questa rete nel film non stia tanto in una leader al contempo militante ed assente, ma nel rapporto Rocketman-Willa.

Questo particolare aspetto ci ha instradato verso conclusioni più interessanti del semplice tifo tra “viva la rivoluzione!” e “essere rivoluzionari è un’idiozia”. Piuttosto, ci ha portato a chiederci “che cosa vuol dire essere rivoluzionari nel mondo di oggi?”.

Anche il condimento del film non è per nulla male.

In particolare, è lodevole la scelta di foraggiare la fondazione “Adotta un chitarrista” per la colonna sonora originale. In effetti Johnny Greenwood dei Radiohead aveva proprio bisogno di arrotondare un po’.  Ci regala tre note in loop per un totale di circa 45 minuti di minimalismo puro. Ma funziona dannatamente bene, soprattutto unito ad un saggio uso della tracklist a cui si alterna.

Più in generale, si intuisce comunque che Anderson stia invecchiando.

La famiglia, da sempre centrale nei suoi film, lo è più che mai, e si merita forse un lieto fine. La solitudine che caratterizza da sempre gli anteroi protagonisti (recuperatevi la filmografia se non state capendo i riferimenti, bestie) qui è tremendamente addolcita, e se non si prestasse particolare attenzione, forse neanche si noterebbe. Non c’è ascesa, non c’è declino, ma pistole, azione, colline, una pallottola spuntata, Fargo e più commedia del solito.

Una battaglia dopo l’altra in fondo è una sinfonia ben orchestrata, che stimola la riflessione nello spettatore medio e restituisce invece materiale di discussione per intellettuali, che non aspettavano altro che dissezionare e sputare sull’ultima fatica di Paul Thomas Anderson, mentre sullo sfondo, di fronte a questo massacro, la redazione di 70mm in un impeto emotivo, esclama

si…si cazzo… VIVA LA REVOLUCIÓN!”

Autore

La Redazione

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