Dragon Trainer (2025) – La recensione

10 Dicembre 20259 min
Uscita
2025
Regista
Dean DeBlois
Paese
USA
Durata
125'
Voto complessivo
I nostri voti
Regia
Recitazione
Sceneggiatura
Fotografia
Colonna sonora
Semantica
In breve
How to train your dragon in inglese o, se preferite, how to make a live action. Il remake del capolavoro animato DreamWorks del 2010 si mantiene fedelissimo all’originale, forse anche troppo, ma alla fine dei conti è un film che nel 2025 avrebbe spaccato se non ci fosse mai stato il precedente.

Se c’è un “genere” nei confronti del quale TUTTO il pubblico esprime un giudizio unanime, a metà tra il “soldi buttati” e il “che merda”, è quello dei c.d. live-action.

Live-action altrimenti noto come “dato che non sappiamo più che inventarci, perché non riprendere un successone, magari a cartoni, e rifarlo con attori veri e/o una smarmellata di CGI?”.

Neanche a dirlo, a capitanare ‘sta moda, orribile almeno quanto fu quella dei berretti della Rizla, è la Disney, che ha ormai abdicato a qualsiasi tentativo di proporre una sceneggiatura degna di nota.

Se non avevi tempo di leggere tutta la recensione e ti sei fermato qui, ascriverai alla categoria di cui sopra anche il live action di “Dragon Trainer”, che invece è la classica eccezione che conferma la regola.

Partiamo con alcuni flash sulla trama per quegli sprovveduti che non conoscevano prima di oggi il capolavoro del 2010 della DreamWorks (a sua volta ispirato ai racconti per bambini di Cressida Cowell).

“Questa è Berk”: un piccolo villaggio vichingo infestato da draghi che si pappano il bestiame. Lo sport nazionale del villaggio è, neanche a dirlo, la caccia al drago, tanto che i ragazzi, come piccoli spartani, vengono cresciuti per combattere queste bestie apparentemente feroci.

Tra questi ragazzi NON rientra Hiccup, figlio di Stoik, branda d’uomo e capo di Berk. Hiccup infatti non è il classico vichingo: non è biondo, non è piazzato e non ama la forza bruta. Insomma, non è nato per fare il guerriero ma non è un totale emarginato solo perché è il figlio del capo, diciamolo. Durante un attacco al villaggio, però, Hiccup ferisce, del tutto a culo, la tipologia di drago più temuta di tutte, la Furia Buia. La creatura non riesce più a volare e il contatto diretto con quest’ultima gli consente di conoscere la vera natura dei draghi.

Non curante della sua già precaria popolarità, il giovane tenterà di aprire gli occhi dei suoi concittadini dicendo cose sacrosante tipo “i draghi non ce l’hanno veramente con noi” oppure “i milionari paghino una patrimoniale”.

Riprendendo le fila del discorso, che questo film sia un’eccezione positiva nel genere in questione sorprende abbastanza perché è forse il live action che, rispetto al suo film genitore, cambia meno (mi faccio l’obiezione da solo: e dovremmo veramente stupirci di ciò?).

A partire dal regista: in sella c’è Dean DeBlois, stesso regista della precedente trilogia animata, nonché regista di Lilo & Stitch e sceneggiatore di Mulan (capito, Disney?).

A seguire con la trama, pressoché identica, a eccezione dei tempi della narrazione più dilungati (125 minuti questo film contro i 98 minuti del precedente) che servono per porre maggiore enfasi alle parti dialogate e alle scene di azione.

Giunti a questo punto, il film e la recensione, mi pongono di fronte a un bivio.

Se avete visto l’originale, perché questo film dovrebbe dirvi qualcosa oggi?

Perché questo film è un’operazione logica: è identico al suo omologo a cartoni, se vi è piaciuto quello vi piacerà anche questo. È vero, riutilizza o, se preferite, copia in tutto e per tutto il precedente, ma vi sfido a dirmi che il risultato sia scadente o di evidente minor pregio.

E poi non è privo di guizzi originali importanti. In particolare, la mezz’ora in più racimolata in questa versione è utilizzata molto bene per attualizzare dinamiche che probabilmente nel 2010 avevano sfumature diverse.

Un esempio su tutti: il rapporto padre-figlio che ora diventa il rapporto tra la vecchia e la nuova generazione. Nel film del 2010 il focus era la sofferenza di Hiccup per un padre troppo concentrato a plasmare suo figlio a vichinga immagine e somiglianza che ad ascoltarlo e a comprenderlo. Qui il tema si ripropone, ma da familiare assume un’eco generazionale. È la generazione di Hiccup, non solo lui, che fa fatica ad essere ascoltata e questo viene ben rappresentato dal sospiro che il giovane fa nei confronti del padre dopo la battaglia finale.

E se non avete visto l’originale?

Beati voi, invidio l’effetto novità e la goduria che vi susciterà. Cosa ne posso sapere io se vi piacerà? Non è un’opzione: ci sono dei draghi, maledizione!

Se comunque i draghi non dovessero proprio smuovervi beh, potete contare anche sulle musiche eccezionali di John Powell, già apprezzate nella trilogia a cartoni, e su un comparto animazione che conserva il tocco originale dei primi capolavori DreamWorks. Ecco, su questo forse si può riconoscere una nota di demerito: va bene copiare e incollare il cartone, ma dopo 15 anni forse la DreamWorks poteva osare qualcosa in più (vedi quanto fatto con Il robot selvaggio).

Vorrei chiudere ribadendo un concetto: se il cartone del 2010 non fosse mai esistito, questo film nel 2025 sarebbe stato recensito come una bomba. Ed è quello che ho fatto io attribuendo i voti che avrebbe meritato a una visione “like a virgin”.

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Jingle Welles

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