Bring her back

7 Dicembre 202584/10011 min
Uscita
2025
Regista
Danny e Michael Philippou
Paese
Australia
Durata
104 min
Voto complessivo
I nostri voti
Regia
Recitazione
Sceneggiatura
Fotografia
Colonna sonora
Semantica
In breve
Un film horror con un’ottima regia, idee innovative, una trama profonda e complessa? Considerando gli ultimi 20 anni di questo genere sembra più fantascienza. Fortunatamente Bring her back esce nelle sale e con questo i Philippou brothers rispondono alla domanda in tono deciso: si può fare!

Dopo il notevole successo di Talk to me, i Phillipou brothers tornano nelle sale con Bring her back, ottenendo immediato riconoscimento sia dalla Critica che dai criticucoli come me.

Innanzitutto mi trovo già costretto a chiedere scusa per aver anticipato il mio collega Martin Scherzoso ed avervi privato del suo giudizio decisamente più autorevole riguardo tutto ciò che appartiene al mondo horror. Ma tanto so che concorderebbe con me, perché il film segue in pieno il suo mantra “non serve far vedere il demone perché il film faccia paura”.

Questa recensione conterrà spoiler, ma sarebbe impossibile andare avanti altrimenti, perché Bring her back non parla di strani riti satanici, non è un film sulla possessione demoniaca, non ci racconta di una coppia di fratelli ormai orfani e della loro nuova vita in affido, non vuole spiegarci l’importanza della fiducia e il dolore provocato dalla mancanza di essa, non è la storia di una madre che cerca di colmare, anche forse troppo letteralmente, il vuoto lasciato dalla scomparsa della figlia accogliendo in casa giovani ragazzi senza più famiglia. 

O meglio, Bring her back è tutto questo ma mai solo questo, un po’ come dire che Interstellar è un film sui viaggi spaziali.

L’opera dei Phollipou è estremamente profonda ma, non me ne voglia chi predilige il significato al significante, è soprattutto bella sotto ogni punto di vista. 

È difficile parlare distintamente dei vari elementi tecnici come la regia, la fotografia, la colonna sonora perché, più che in tanti altri film, sono gli uni al servizio degli altri in maniera estremamente interdipendente. Ancora più importante è notare come ognuna delle scelte negli ambiti sopra citati sia totalmente funzionale alla trama e a ciò che la pellicola vuole raccontare ma soprattutto trasmettere.

L’esempio più eclatante di questa profonda sinergia è la costante presenza e la gestione nelle scene dell’elemento dell’acqua. Che sia la protagonista di una sequenza o un semplice rumore di pioggia di sottofondo, l’acqua è sempre presente e la sua centralità sensoriale è  coronata dalla sceneggiatura che ne fa il punto cardine che unisce tutti i personaggi e le loro vicende.

“Una bomba, Bring her back” – M. Scherzoso dopo averlo finalmente visto su mio consiglio.

Certo, con delle premesse di questo genere e la prospettiva di poter proiettare nelle sale un capolavoro, ognuno di noi sarebbe portato a puntare su un cast di altissimo livello. Per qualcuno Evan Peters sarebbe ideale per interpretare il fratello. Con Millie Bobby Brown spacchiamo il botteghino, direbbe un altro. C’è chi addirittura non inizierebbe le riprese senza Jamie Lee Curtis nel ruolo della madre adottiva. La risposta dei Philippou? Billy Barratt, Sora Wong, Sally Hawkins, Jonah Wren Phillips

Ora so bene la domanda che vi starete ponendo tutti quanti, e questi chi sono? Beh la risposta è molto semplice, come disse il famoso macellaio del meme: e io che cazzo ne so scusi?!?

L’unica cosa che però sa con certezza chiunque abbia visto il film è che sono perfetti tutti, nessuno escluso, anche se due menzioni d’onore sono quantomeno obbligatorie. 

La prima è per quel maledetto bambino, fan della capigliatura di Eleven di Stranger Things, incubo di ogni genitore ed esempio vivente dell’assurdità delle posizioni pro life. La sua interpretazione è agghiacciante, in senso positivo, e soprattutto regala due scene che definire gore è riduttivo: come ha detto un illustre collega, non capitava da molto tempo di doversi girare dall’altra parte durante una visione al cinema.

La seconda menzione va a Sally Hawkins, a cui spetta l’arduo compito di interpretare un personaggio scritto egregiamente e profondamente complesso e sfaccettato. Laura infatti è contemporaneamente una madre amorevole e un’infida pianificatrice, egoista e disposta a sacrificare se stessa per salvare chi ama, una persona con la vocazione per l’aiutare i più deboli ma capace di servirsene senza remore per raggiungere i suoi obiettivi; insomma il villain e l’eroe.

La bipolarità della madre adottiva è lo specchio della complessità del film.

All’inizio risulta semplice affibbiare a lei e al bambino demone il ruolo di cattivi, salvo poi conoscerli poco a poco con il passare dei minuti in sala e renderci conto che l’unico personaggio negativo è lo spirito demoniaco. Ma cos’altro è questo spirito se non una metafora della vita quando decide di colpire duro, delle nostre insicurezze, delle nostre paure ma soprattutto delle nostre perdite e dei traumi che ognuno di noi porta costantemente con sé?

D’altronde Bring her back è sicuramente uno dei migliori film che si ricordi sul tema del lutto.

O almeno questo è ciò che è arrivato a me. Se voi piuttosto ci avete visto The Conjuring, beh non sapete cosa vi siete persi.

Ora, dato che fino a qui si è parlato di un film horror, immagino che molti, tra i nostri miseramente pochi lettori, vogliano sapere se Bring her back fa paura. E chi sono io per non accontentare un così esiguo pubblico?

Se siete spaventati da jump scare, splatter (escluse le due scene di quel bambino bastardo) o suore e pagliacci demoniaci, beh qui potete dormire sogni tranquilli. 

Il film colpisce con la sua atmosfera cupa, non è il buio a farla da padrone ma un grigiore temporalesco dove le ombre si allungano e distinguere la realtà diventa sempre più difficile. Lo spettatore rimane così in uno stato di eterna tensione in fervente attesa che la verità possa essere svelata tanto ai suoi occhi quanto a quelli dei personaggi.

Ma soprattutto Bring her back riesce a colpire nell’animo di chiunque si sia mai posto alcun dubbio su sé stesso: è capace, infatti, di far affiorare la paura di non essere capiti, il terrore che chi ti è vicino ti possa voltare le spalle o che la sua fiducia in te svanisca completamente. 

Ti chiedi se saresti in grado di non impazzire quando tutto il tuo mondo va a rotoli perché accusato di qualcosa che non hai commesso. Ti domandi se reagiresti allo stesso modo davanti al dolore, se riusciresti a restare umano. 

Esci dal cinema e l’unico pensiero che resta nella tua mente è: “sarei davvero meglio di loro?”

Autore

Quentin Malandrino

Quentin Malandrino

Privacy Policy Cookie Policy

Tutto il contenuto è soggetto a copyright da 70mm.it © 2024

Autore